Antonio De Lisa- Fedra una e trina

Antonio De Lisa- Fedra una e trina

I giornali avevano recensito positivamente la messinscena della “Fedra” di Seneca con la regia di Tommaso Senno. Non c’è molta gente che si cimenti con testi così ardui e apparentemente anti-teatrali, quindi la novità era stata apprezzata. i critici avevano notato che Senno non aveva modernizzato Fedra, aveva solo fatto emergere la sua insospettata modernità. “Il mostruoso è colpa del destino, l’incesto della coscienza”, dice la Nutrice. Fedra, figlia di Minosse, sì è innamorata del suo figliastro Ippolito, figlio di Teseo. La sua “coscienza” la rende immensamente più colpevole. Colpevole di amare. Quando Teseo tornerà dagli inferi Fedra fingerà di essere stata insidiata da Ippolito e il padre commette il più atroce dei delitti, l’uccisione del figlio, invocando l’opera di Nettuno.
“Ricordati di tua madre”, la supplica la Nutrice riferendosi alla terribile Pasifae, figlia del Sole, sposa di Minosse, che si era accoppiata con un toro e generato il Minotauro. La Nutrice esorta Fedra alla prudenza: “Per qualcuna rimane nascosta, la colpa, per nessuna impunita”. I critici avevano notato che il regista aveva fatto della Nutrice un vero personaggio, il contraltare di Fedra, la voce della sua coscienza ma non in senso banale, la voce del suo inconscio, della profondità del suo senso di colpa. Fedra risponde: “Le so, queste cose, e sono vere, ma la passione mi spinge al peggio. Il mio cuore corre verso l’abisso, e lo sa, e con nostalgia si rivolge, ma invano, ai buoni consigli”.
“L’amore è un dio? Questo lo dice la libidine, che è turpe e complice del vizio”, dice ancora la Nutrice, “Per essere più libera ha dato il nome di un dio alle sue voglie… Il potere di Venere e l’arco di Cupido se li è inventati una mente delirante”. Non c’è una sola battuta a vuoto nella tragedia di Seneca e i giornali avevano sottolineato la capacità di Tommaso Senno di assecondarne l’insita drammaticità. Il lavoro con gli attori era stato svolto in profondità, mesi e mesi di prove su ogni dettaglio. Si trattava di trovare un registro intermedio tra voce naturale e voce impostata. Nella frase “L’amore è un dio? Questo lo dice la libidine…” era necessario sbalzare il primo emistichio dal secondo, differenziarli, renderli persuasivi entrambi.
Questione molto delicata era delineare il carattere di Ippolito. Facile vederlo come un immaturo ragazzo viziato, troppo intento alle sue occupazioni per sentire anche il più piccolo istinto amoroso. Senno era riuscito, sulla scorta del testo di Seneca, a farne venir fuori un’insospettata dimensione “politica”. “Non c’è vita più libera, più pura da vizi, più vicina ai costumi di un tempo, di quella che ama le foreste e rifugge dalla città”, dice Ippolito e sa quello che dice, “non è servo del potere né del potere assetato”. Si sente l’eco dell’esperienza personale di Seneca e bisognava farla sentire, secondo il regista, che in questo luogo particolare della piece fa vedere un movimento di tonache su gradoni senatori, ma solo di scorcio e in ombra. “Che cosa bevono i potenti in quelle coppe d’oro?”.
Nel teatro di Tommaso Senno la musica è fondamentale, il primo gruppo teatrale che ha fondato da giovane si chiamava proprio “Teatro suono”. Si è laureato con una tesi su Adolphe Appia e sostiene che il regista abbia una dimensione simile a quella del compositore di musica. La messa in scena in questa prospettiva può essere paragonata a una composizione musicale. E’ tutta una questione di ritmo. Questo emerge con forza quando si ha a che fare con scene come quella in cui il Messaggero descrive la morte di Ippolito nella Fedra. Ippolito fa una fine orribile. L’intelligenza della tragedia antica consiste nel fare uccidere un figlio dal padre in maniera indiretta. In realtà è Nettuno che muove l’onda possente che travolgerà Ippolito spargendone le membra su un intero bosco. In questa scena appunto emerge tutta l’inventiva di un regista, che deve muovere l’animo dello spettatore senza cadere nel Grand Guignol, nella dimensione orripilante. E molti riconoscono che Tommaso Senno vi sia riuscito.




Categorie:B13- Teatro da camera

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