Antonio De Lisa- Parco Lambro

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Antonio De Lisa- Parco Lambro

Io a Parco Lambro c’ero e mi sono pure divertito, un sacco, davvero. Ora i giornali parlano del quarantesimo anniversario din un Festival incasinato, dell’inizio della sconfitta. Ma quale inizio. Eravamo già sconfitti in partenza. Quelli che erano là insieme a me, in quel giugno lontano, erano già perdenti. Eravamo già perdenti. Solo i ragazzi e le ragazze della buona borghesia milanese e in parte nordica sono venuti là immaginando un mondo alternativo. Ah, le ragazze! Disponibilissime, io ne ho saggiato un paio … Gli altri, noi, i zozzosi, i meridionali, eravamo già bruciati in partenza, altro che utopia.

Noi a Parco Lambro siamo arrivati senza un soldo, facendo l’autostop sull’autostrada del sole, dormendo dove capitava, mangiando quello che capitava. Dicevano che al nord, a Milano, ci sarebbe stata la Woodstock d’Italia e allora noi siamo andati, magri e con i capelli lunghi. Per sentire musica, per fare un po’ di casino insieme agli altri, “Re nudo” nemmeno la conoscevamo come rivista. Borghesi settentrionali, quelli, con la fissa del mondo alternativo. Noi volevamo solo un po’ di droga gratis, una ragazza, un viaggetto, cose così, altro che utopia.

Qualcuno di noi parlava della musica che c’era stata l’anno precedente, nel “Festival del proletariato giovanile”, gente tosta: Area, Stormy Six, Claudio Rocchi, Pino Masi, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Eugenio Finardi, Edoardo Bennato, Franco Battiato, Antonello Venditti, Giorgio Gaber, Yu kung. Grandi! Noi suonavamo la chitarra in una band e volevamo sentire pure noi, pure noi volevamo partecipare al grande banchetto della musica italiana. E devo dire che alla partenza eravamo parecchio su di giri, ma proprio su. Noi, il branco, sei persone in tutto. Se non era per loro ci sarei rimasto secco al Parco Lambro, mi hanno salvato all’ultimo momento da un aggressione col coltello. Ci avrei lasciato le penne.

A Parco Lambro c’era davvero tanta gente, centinaia di migliaia di persone e non scherzo. Appena siamo arrivati abbiamo partecipato a una danza in girotondo, cantando melodie tibetane (penso fossero tibetane, ma non saprei di preciso, così mi aveva detto una ragazza vicina). Eravamo tutti nudi. Io un po’ mi sono vergognato all’inizio, ma come, devo esibire il pisello davanti a tutti? Poi ci ho preso confidenza, era bello essere tutti nudi, senza orpelli borghesi, tutti uguali. Ma già quella sera successero cose strane, per esempio l’assalto a un supermercato dei paraggi, con intervento della polizia. Noi non eravamo abituati a queste cose, ma i ragazzi che venivano da Roma e da Torino erano dei veri duri, lo chiamavano “esproprio proletario” … alla festa del proletariato giovanile si fa l’esproprio proletario, il ragionamento non faceva una grinza … ma la polizia menava da far male sul serio.

Era bello il “Festival del proletariato giovanile”? Non lo so. Mi ricordo che girava un sacco di roba. Nel “prato due” c’erano tende dove si faceva yoga e automassaggio. Non sapevo cosa fosse lo yoga, era la prima volta che ne sentivo parlare. Di roba comunque ce n’era veramente tanta, ma non solo leggera, tanta eroina, che poi mieterà negli anni seguenti decine di vittime. Un supermercato dell’eroina. Il sessantotto che si sputtavana nell’eroina e nella merda. Il proletariato giovanile stava diventando cattivo, duro, lisergico, punk, non voleva più sentire le cazzate dei figli dei fiori. La musica era ribelle solo a parole (E` la musica, la musica ribelle, che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle, che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare, di mollare le menate, e di metterti a lottare), le menate le dicevano loro, gli organizzatori. Tutto intorno, la merda.

La vera foto musicale di Parco Lambro 1976 era “Caos” degli Area, un casino sonoro che sembrava la versione punk di un pezzo di John Cage. Facevano girare tra il pubblico dei cavi elettrici che provenivano da un sintetizzatore, quando si toccavano si chiudeva il circuito e usciva un suono. Nel sudore di corpi nudi, questi cavi producevano la musica della follia, dello sballo metropolitano, dell’immersione nelle tenebre che sorgono dagli incubi di una vita vissuta perbene. Tutti nudi, ma la nudità è ambigua, può essere liberazione ma anche la sembianza dei cadaveri. Ho conosciuto tante persone interesanti, però, non mi va di pensarne o dirne male, gente che era stata in Afghanistan con una Renault, in India, in Nepal. Scoprivo un nuovo mondo, anche se mi stava morendo sotto gli occhi, la speranza di costruire un mondo diverso.

I milanesi presenti al festival di Parco Lambro tornavano a casa la sera per farsi una doccia o prendere un paio di jeans puliti. Noi no, e per di più facevamo i nostri bisogni dove capitava. C’era molta puzza e la disorganizzazione era totale. Mangiavamo scatolette di carne Simmenthal razziata in qualche supermercato, senza pane, alla crudele. Certe volte non mangiavamo proprio, ci bastava l’erba che scorreva generosa sui prati e che annebbiava la vista. Caldo, sporcizia, fumo. Ma ora, se ci penso, se penso agli occhi di quella ragazza che ho conosciuto lì, mi pare di Venezia, se penso alla bellezza del suo viso e del suo cuore, un sentimento di tenerezza pervade queste mie giornate attuali tutte uguali l’una all’altra, senza speranza, senza sogni, senza amore. In quel casino serpeggiava comunque qualcosa, con un verso forse sbagliato, in maniera un po’ incosciente, ma era “qualcosa”. Cosa ho ora? Cosa abbiamo ora? C’è “qualcosa” che possa riempire le nostre vite? Non lo so. Era duro Parco Lambro, ma con la dolcezza dei sogni, intravisti solo a tratti, ma quella gente aveva ancora qualcosa dentro, forse.

La sinistra extra-parlamentare aveva avuto un rapporto difficile con la musica, sembrava che riuscisse a produrre solo una canzone come “Contessa”. “Re Nudo” voleva agganciare il pubblico del rock, che era una galassia che ruotava su se stessa, organizzando appunto un festival musicale. “Re Nudo”, però, sembrava più sensibile al linguaggio dei figli dei fiori che a quello dei giovani proletari comunisti, sottovalutando la loro portata nichilistica. Parco lambro voleva unire i due universi, ma non aveva fatto i conti con la rabbia di questi ultimi, ma soprattutto con la loro decisione di passare dagli slogan ai fatti, cioè alle armi, nelle forme più varie, percorrendo tutte le sfumature della violenza urbana. A Parco Lambro scoppiò tutto, l’anno dopo emergeranno gli antagonisti dell’autonomia, due anni dopo le Brigate Rosse. Anni folli. A Parco Lambro si parlava ancora una lingua che sembrava potesse contenere tutte le contraddizioni, ma era un’illusione. Violenza e oltranzismo si respiravano nell’aria. Anche se io stavo con la ragazza di Venezia e ‘ste cose le capivo a malapena.

La ragazza di Venezia, Virginia, mi faceva passare anche il malumore, in quei giorni di giugno al Parco Lambro. Non uscivamo praticamente mai dal Parco, non sapevamo dove andare e non avevamo una lira. Ascoltavamo musica dal vivo e dai registratori a nastro che avevano alcuni, prendevamo il sole, ci facevamo una dormitina, pulivamo il sacco a pelo. Virginia era coltissima, perlomeno così mi sembrava all’epoca, parlava di un sacco di libri, che non avevo letto, era un’adepta della controcultura americana, della letteratura beat tipo Allen Ginsberg, una fanatica del Prog rock, non c’era cosa che non sapesse. La adoravo, mi piaceva tantissimo sentirla parlare, anche se non capivo quello che diceva, noi eravamo i terroni, i zozzosi venuti dal sud, ignoranti come capre, pelosi e puzzolenti, ma a Virginia non importava. Penso che mi desse anche il suo indirizzo, in qualche calle di Venezia, dove non sono mai andato. Chissà che farà ora Virginia, che cosa è diventata, un medico, un’architetta? Si sarà sposata, averà avuto dei figli? Nel caldo di questo giugno, da lontano, l’ultimo pensiero del giorno è ancora per lei. Virginia. La mia giovinezza.

Antonio De Lisa

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