Antonio De Lisa – Diario di viaggio di una giovane compagnia teatrale in procinto della prima

Antonio De Lisa – Diario di viaggio di una giovane compagnia teatrale in procinto della prima

Quando mi sveglio la mattina (sempre più presto) la prima cosa che mi chiedo è: nevica? Sì, perché sta diventando un’ossessione. Io la neve la amo e la odio, nello stesso tempo. Sono nato durante la grande nevicata del ’56 e per me esprime lo stato più callido e diafano dell’angoscia. Ma nello stesso tempo ricordo che da ragazzo facevo lunghe passeggiate solitarie nelle sue gelide coltri e mi piaceva. Rotolavo un sasso per discese immaginando di giocare una fantasmatica partita di calcio al Viviani e di essere sullo spigolo sinistro dell’area di rigore, pronto a calciare. Nel bianco del vuoto, nel vuoto del bianco …

Ora però la neve e il ghiaccio stanno assumendo un altro significato. Dobbiamo andare in scena, come Compagnia Lost Orpheus e dobbiamo farlo nei prossimi giorni (lunedì 16). La domanda, tinta di preoccupazione è: nevicherà? ieri sera ci siamo detti con Alma (do i nomi dei personaggi ai miei amati compagni di viaggio) che io da ragazzo andavo a limonare a Montereale anche con un metro di neve, indifferente a ntutto se non al cuore. Ma ora bastano due fiocchi e la città si blocca. Chi verrà allo spettacolo? Questa la domanda ricorrente in queste ore, chi mi fa odiare la neve dal più profondo di me stesso.

Stamattina con Minni abbiamo battuto la città per organizzare tutto al meglio, non vogliamo che la barca affondi. Si trattava di decidere se spostare la data del 16 o no, visto che alcune prevsioni prevedono neve. Se non è il 16, sarà il 17, non più in là, lo spettacolo non può attendere, anche per rispetto per chi ha già comprato il biglietto di 7 euro. Noi vogliamo rispettare i nostri interlocutori e vorremmo essere rispettati, cosa che non sempre succede, ma solo in casi estremamente isolati. Un po’ di preoccupazione si è ora un po’ attenuata, ma perchè sto continuamente alla finestra a scrutare il cielo, chi mi staccherà da vetri rigati di ghiaccio, forse un dio benevolo potrà concedermi questo agognato sollievo …

Chi fa teatro potrà capire questo sentimento di gaudio e di paura profonda che pervade gli animi dei teatranti in procinto di calcare le scene. Questa emozione è come una droga pesante, indispensabile e mortale, non se ne può fare a meno. Il debutto di uno spettacolo provoca un tumulto difficilmente domabile, che sbarra gli occhi di notte, spinge a percorrere il corridoio di casa con un’ansia che graffia le pareti. Non sono come quel generale che dormì un sonno beato la notte prima di una battaglia decisiva, in cui ne andava della sua stessa vita. Io debbo perlustrare tutti i particolari, prevedere tutti i possibili problemi. Non dovrei fare questo mestiere che mi fa male, dovrei acquietarmi in più comode plaghe, senza desiderio di futuro, senza illusioni di poter dire qualcosa di nuovo al mondo.

Ora intravedo all’orizzonte una striscia di azzurro che fa capolino tra nubi pesanti. Quell’azzurro è come una speranza, come una tisana calda dopo una giornata di gelide attese, di rincorse e di affanni. Vorrà dire qualcosa quella striscia di azzurro, o è solo un’illusione? E’ messaggio che una zona oltremondana dell’esistenza manda a chi è assetato o soltanto un miraggio? A me la città piace, vestita di bianco, perde quel suo grigiore dovuto alla stessa pesantezza della vita quotidiana, tra traffico e malevolenze, pettegolezzi e frustrazioni. Quel bianco le dona, la ingentilisce. E’ a me che abbassa le sbarre dell’umore davanti agli occhi. Dovrò inoltrarmi nelle tenebre e sperare di aprire gli occhi al sole alla fine del tunnel …

Non è cambiato molto il teatro rispetto a quando lo facevamo al liceo e poi all’università. Sembra che sia un’arte capace di sfidare i secoli, forse perciò appare sempre un po’ fuori moda ma sempre indispensabile. In terza liceo (classico) convinsi i miei compagni, ma soprattutto le mie compagne di classe a finanziare una rivista in ciclostile, che volevo chiamare “Maschere nude”, come la raccolta di Pirandello. Si era intorno al 1974-75. Visto da oggi sempre un’infinità di tempo, ma a me sembra ieri. Facemmo un paio di numeri della rivista, ma era davvero troppo complicato.

Tra l’altro, se non sbaglio, andavamo a ciclostilare nella parrocchia di Sant’Anna, il cui sacerdote è stato accusato quest’anno di aver fatto un presepe musulmano. Preti intelligenti ci sono sempre stati, ma anche i loro contrari, e abbondano soprattutto oggi. Ricordo i titoli degli articoli: eravamo decisamente d’avanguardia, la più estrema. Un pezzo riguardava il cinema di Bunuel. Eravamo gli unici ad andare a vedere al Cinema Fiamma, nello Stabile, i film più astrusi e intrellettuali del momento, che allora arraivavano facilmente nelle sale, come i film di Jodorowsky. Ci piazzavamo lì dalle tre di pomeriggio alle dieci di sera, dimenticando che dovevamo fare le versioni di greco.

La domenica mattina andavamo a recitare “Aspettando Godot” a Montereale. Recitare mi piaceva e non mi piaceva, ero un po’ combattuto, preferivo dire ai miei compagni come dovevano muoversi, anche se non mi ascoltavano; ma non per disinteresse, erano troppo concentrati a leggere le battute sul libricino dell’Einaudi. A proposito di Einaudi, c’era un mio amico che ogni sabato comprava nella Libreria Bruno un libricino di teatro della collezione einaudiana, prestigiosa collana del teatro mondiale. Non mi ricordo quanto costasse, forse un 250 lire, qualcosa del genere. Conoscevo quella collana perché quando studiavo a Napoli, in precedenza, avevo un amico che frequentava i corsi di Scenografia all’Accademia di Belle arti e mi portava spesso a teatro, da dietro le quinte.

Se non l’avete mai fatto, vi cosiglio di guardare una scena di teatro da dietro le quinte. Si apre un mondo magico. L’anno scorso, quando abbiamo fatto “Dot.city” al Teatro Don Bosco un addetto al teatro si meravigliava perchè spiegavo ai ragazzi come si chiamassero le macchine di scena, tipo stangone, graticcia, quinta di rinforzo e così via. L’avevo imparato in anni lontani quando a calcare le scene c’erano i protagonisti della scena e delle cantine romane degli anni Settanta, il teatro gestuale o roba del genere, Giancarlo Sepe, Manuela Kustermann. Che ricordi, ragazzi, a Napoli la grande scena partenopea, capace di rappresentare con la stessa disinvoltuta il “Faust” ed Eduardo De Filippo; a Roma gli avanguardisti.

Quando sono tornato nella mia città, di teatro non ce n’era molto, solo il Piccolo, che non aveva nessuna parentela con quello famoso, che abbiamo avuto modo di conoscere proprio quest’anno. Eravamo disperatament d’avanguardia e poeti, innamorati e politicamente rivoluzionari, rockettari e adepti della pizza (per soldi, che mancavano). Un ritratto praticamente irriconoscibile per un ragazzo d’oggi. Dinosauri, superati dalla storia, arcaici, ancestrali? Forse solo Follemente progressisti, con un’idea di futuro. Illusi. Persi in un sogno irrealizzabile. In questa prospettiva teatro e musica erano arti politicamente e socialmente impegnate, niente individualsimi, impegno collettivo, capelli lunghi, motorini mezzi scassati, amore e autostop. Vita selvaggia che non ti stacchi più di dosso.

Dicevo di Roma. Alla Sapienza il prof Marotti organizzava intorno alla sua cattedra di Storia del teatro e dello spettacolo (che ho anche triennalizzato per amore incondizionato, volevo farci anche la tesi se non avessi l’idea balzana di dedicarmi alla filosofia) dei corsi di teatro universitario. Non so se si fanno ancora, ma ricordo che c’era anche uno spazio attrezzato alla bisogna all’interno della città universitaria. In quel caso teatro voleva dire ascoltare dal vivo Gassman e Squarzina, Ronconi e Alberto Sordi. C’era un via vai continuo di conferenze. Mi piaceva l’idea di osservare il mondo dello spettacolo dal di dentro e non c’era posto migliore in Italia, allora, che Roma, la città dello spettacolo, la capitale delle illusioni.

A Roma era l’epoca delle cantine romane, appunto, circoli culturali dove si faceva il teatro più d’avanguardia d’Italia. Ci facevamo uno spettacolo alla settimana. Non ero convinto del tutto di certi risultati del teatro gestuale, anche se ho imparato molto. Quello che faccio oggi è fortemente legato alla parola, ma certe suggestioni sono rimaste. Anzi, certe suggestioni le ho poi mischiate col teatro d’avanguardia del nord che mi capitava di vedere, a Genova il Teatro della tosse con le scenografie di Lele Luzzati, cui mi ispiro dal punto di vista scenografico, a Milano e Torino, scantinati di maestosa sfida alla tradizione. Un fermento pazzesco, da non stare nella pelle.

E poi c’erano i concerti, le ubriacate a sentire il grande sassofonista Archie Sheep al Pincio, dopo aver conosciuto un paio di turiste inglesi innamorate del jazz d’avanguardia, nella fase più estrema chiamata free jazz. Quando uno era free, come lo eravamo noi, non c’era niente di meno del free totale che ci potesse accontentare. Ma anche Max Roach alla Basilica di Massenzio, lì ho capito che cos’è il poliritmo in musica. Ogni sera una scoperta.

Ovviamente, con tutto questo fermento che ti esplodeva dentro non potevi certo sottrarti alla prova del fuoco, teatro, musica, politica, tutto. Peccato che mi si ruppe la chitarra prima di un concerto a Trastevere, ma la usai come una percussione avevo visto I Who al Palaeur di Roma e mi ispirai in quella occasione a “Pete” Townshend, che spaccava le chitarre alla fine dei concerti. E non andò malissimo, ammesso che conservi un ricordo lucido di una note magica ma oscura. Studiavo la dodecafonia ma suonavo il super rock’n’roll. Erano i tempi.

Erano i tempi. Poteva capitare di passare un’intera serata al Testaccio a discutere sulla superiorità di Marcel Proust o di Joyce. Io ero per Joyce, la Recherche non sono mai riuscito a finirla, forse la apprezzo di più oggi, ma indefettibile è rimasto il mio amore per il grande dublinese. Finnegans Wake è il più grande libro che sia mai stato scritto, un totale delirio del linguaggio, la creazione di un mondo parallelo. E capitava che queste discussioni durassero nottate, in cui poteva capitare di tutto, ascoltando la musica più dura e acida che mente umana potesse concepire.

Sono le ultime prove. Lunedì si va in scena. Stanotte, verso le cinque o le sei di mattina, mi è capitato di pensare a cosa è successo in questi quattro mesi. Non lo nascondo, un luccione ha brillato nella gelida notte potentina. Quando finisce qualcosa mi assale la malinconia. Il teatro e la musica sono potenti farmaci anti-tristezza, il rimedio alla malinconia. Ho rivissuto scene e momenti in cui è stato bello stare insieme, al di là delle prove. Una compagnia ha delicati equilibri al suo interno ed è importante diventare amici, in un certo senso volersi bene.

Il paesaggio innevato che brillava nella notte con le lucine come gioielli di un racconto di fate ha fatto da cornice a un flusso di ricordi e sensazioni. Davanti a una tisana, avvolto in un scialle ho guardato fuori riconoscente per questo viaggio e per i compagni che mi hanno accompagnato. C’è una foto in cui ci vediamo io, Minni, Mister Chef e Virko seduti su un divano e avvolti da una coperta. Eravamo a casa di Alma e stavamo guardando un film dopo aver mangiato due o tre piatti di orecchiette con i pomodorini, di cui specialmente Virko va ghiotto. Cos’eravamo, una compagnia teatrale o un gruppo di amici, o forse una famiglia? Un po’ di tutto questo. Nell’inverno più lungo di questi anni. E questo riscalda l’animo. Fare le prove, essere seri e professionali e poi farsi una girata di poker hold’em.

C’è un’altra foto in cui si vede ALma che poggia delicatamente una mano sulla spalla di Minni. Mi piace immensamente quel gesto. Lo conserverò per sempre. Tutto il contesto in quell’occasione sussurrava sommessamente un’atmosfera di complicità e serenità che riscalda. Tranne forse la faccia imbambolata di Omodeo Omodeo, che spesso ci ha fatto rimpiangere la sua presenza, ma lo capiamo e giustifichiamo, ha tanti casini da risolvere. Quando c’è, comunque è uno spasso.

Fra poche ore comincerà la spasmodica attesa della prima, con tutto quello che c’è da fare. Portare la scenografia in teatro è come un trasloco, una fatica massacrante. Poi bisogna sistemare luci e musica. Mi restano pochi istanti per godermi questi momenti: la fine del viaggio. E’ come entrare dalla perfieria in una città che hai desiderato vedere da tanto e finalmente stai conoscendo. Si vedono i primi negozi, la gente che affolla i marcviapiedi; cominci a sentire i sapori, ad avvertire gli odori. Ma per me il momento decisivo è quando si esce dall’autostrada, per così dire e per continuare la metafora.

Nella gelida notte di questi utlimi giorni prima della prima, giorni di tormento e di adrenalina che sale a oscurare tutti gli altri sapori, capita che accendi nel buio dello studio lo stereo e mandi qualche musica, quella che hai a portata di mano. Vuoi ascoltare musica, farti cullare mentre guardi il panorama che si distende come un gatto annoiato, sentire di sentire, e allora capita che mandi un pezzo qualsiasi dei Pink Floyd, di quelli che ti hanno accompagnato in infinite peripezie in giro per il mondo, in sacchi a pelo sui cigli delle strade, sulla spiaggia prima dell’aurora. mandi il pezzi e ascolti e ti meravigli che hai ancora voglia di ascoltare, ascoltarti, emozionarti.

Mi è capitato di farmi certe domande in un letto di ospedale, un anno e mezzo fa, all’incirca nelle stesse ore della notte scorsa, guardando il panorama da una finestra di un reparto di rianimazione. Ci sarà un’altra occasione per assaporare gioie che solo un gruppo di amici ti possono dare, soddisfazioni che solo l’arte ti sa regalare? Questo mi chiedevo, se ci sarebbe stata un’altra occasione, oppure avevo finito i conti con la vita. Capita di chiederselo in certi momenti. E l’altra notte mi sono accorto che stavo fornendo una risposta a quella domanda, fatta in un momento in cui ogni palpito veniva registrato da un macchinario e mandato a un centro di controllo. Chissà cos’avranno visto quando formulavo quella domanda, chissà cosa avrebbero visto quando mi davo la risposta. Non bisogna mai disperare, per nessun motivo, c’è sempre un’altra occasione.

Fra poco certe sensazioni diventeranno ricordo. Il tempo scorre veloce e brucia istanti e ore, giorni e anni. Fra poco c’è la prima, e nella prima di uno spettacolo teatrale non ti devi far assalire dalle emozioni, ci sono da registrare entrate e uscite, devi modulare la tua dizione, ti devi offrire illibato a quel mostro divoratore che è il pubblico, lo devi guardare in faccia, non devi avere paura di niente. In una prima non c’è spazio per i sentimenti, i sentimenti ci sono prima e, in cenere di ricordi, dopo. Sarà quel che sarà. In questo momento stiamo per uscire dall’autostrada, ci fermiamo a un ultimo Autogrill per fare pipì e prendere un caffè. Come al solito Mister Chef esagera e ci vorrebbe costringere a mangiare cibo indigeribile per normali esseri umani come noi. Ma lui è Mister Chef, se lo può permettere, come quando andavamo da Black Pepper dopo le prove, e qualcuno di noi era seriamente tentato di prendere un panino con 450 grammi di carne dentro.

Quando si prepara uno spettacolo è sempre un’incognita. Figuriamoci quando si lancia una nuova Compagnia. le incognite sono infinite. Può capitare di tutto, specie in centri in cui le risorse sono limitate e la concorrenza forte (e talvolta molto cattiva). Arrivare alla fine è già un traguardo. E la fine del viaggio è vicina. Molti poi non capiscono le difficoltà che nascono dal fatto di voler coinvolgere e lavorare con dei giovani. Alma dice che i nostri giovani sono splendidi e io sono perfettamente d’accordo con lei. Abbiamo imparato tantissimo in questo viaggio, che non dimenticherò facilmente, anche se il pensiero magari va al prossimo. Abbiamo imparato a imparare. Abbiamo IMPARATO A VOLARE.

Chiudo queste pagine di diario. Sto entrando in trance agonistica e quando scendo in campo non avverto più i sentimenti. Li ho voluti esternare per condividere un’emozione profonda. Ora ripongo la penna immaginaria, concludendo il percorso col pezzo che in anni lontani ascoltavamo quando finivamo una rappresentazione teatrale: Satisfaction. I Rolling Stones ci accompagnavano in notti folli di festeggiamento e gioia di vivere. Sembrava tutto finito, eppure … Addio!


Sito ufficiale della Compagnia Lost Orpheus Teatro

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Antonio De Lisa
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