Johann Wolfgang (von) Goethe -Faust

      Johann Wolfgang (von) Goethe -Faust

Scritta il 24 giugno 1797 (diario di Goethe, che, nato il 28 agosto 1749, sta per compiere 48 anni).
Il poeta riprende il Faust dopo una pausa di circa otto anni. Riaffiorano i suoi personaggi, le «figure apparse in gioventù allo sguardo offuscato». Gli «amici e i primi amori», che ascoltarono i canti giovanili, sono morti o dispersi, «non potranno ascoltare i canti che verranno». Ma ad essi li dedica il poeta. Come l’arpa eolia è suonata dal vento, così il suo canto è mosso dalla nostalgia.

PRELUDIO NEL TEATRO
Scritto probabilmente nella seconda metà del 1798.
Personaggi: l’impresario di una compagnia di teatranti girovaghi, che ne è il direttore e il maggior azionista, l’anziano poeta che ne scrive e adatta i testi, un attore che recita in ruoli comici.
In una cittadina tedesca di provincia, di fronte a un pubblico numeroso e vario, lo spettacolo sta per iniziare. Come riuscire ad accontentare tutti? Le opinioni divergono. Ma l’opera d’arte deve preoccuparsi del pubblico? Il poeta lo nega; conta solo l’ispirazione. L’attore non la pensa così, e tanto meno l’impresario. Goethe resta imparziale.

PROLOGO IN CIELO
Scritto intorno al1800.
Personaggi: i tre arcangeli, Raffaele, Gabriele e Michele; Mefistofele; il Signore.
Gli arcangeli lodano le meraviglie del creato, «insondabili» come la mente di Dio. Mefistofele, uno dei diavoli, si fa avanti a schernire «il piccolo dio del mondo», l’uomo, che usa «il lume celeste», la ragione, «solo per essere più bestia di ogni bestia».
Il Signore nomina Faust, uomo sapientissimo ma eternamente insoddisfatto. Mefistofele scommette che riuscirà facilmente a traviarlo. Il Signore, senza accettare la scommessa, gli concede di tentarlo. Egli ha fiducia nell’essenza umana di Faust: «Finché cerca, l’uomo erra», è vero; però «un uomo buono nel suo oscuro impulso è pur cosciente della retta via». L’attività dello «spirito che nega» rientra nei suoi disegni: è un «compagno» che egli stesso ha dato all’uomo, per impedire che «indulga al riposo».

PARTE PRIMA DELLA TRAGEDIA(vv. 354-4612)

NOTTE(vv. 354-807)
Il monologo iniziale e il colloquio di Faust con il suo assistente Wagner (vv. 354-605, eccetto i quattro versi aggiunti 598-601) sono già nell’Urfaust (vv. 1-248) e risalgono al periodo 1773-75. Qui compaiono con piccoli ritocchi. Il secondo monologo di Faust e i cori di Pasqua (vv. 606807) furono scritti tra il 1798 e il 1800.
Personaggi: Faust, lo Spirito della Terra, Wagner. Fuori scena, canti di fedeli dalla chiesa vicina.
Faust di notte nel suo studio, la vigilia di Pasqua. Professore di università, scienziato, alchimista, Faust ha studiato per tutta la vita: «E nulla, vedo, ci è dato sapere!». Per questo si è «dato alla magia», alla ricerca di una scorciatoia che sveli i segreti della Natura. Sfogliando un libro esoterico, scorge il segno del Macrocosmo, simbolo della Natura come tutto. Sublime, ma è «solo uno scenario». Faust allora evoca lo Spirito della Terra, principio creatore immanente al mondo. Ma non può sostenerne la vista, e si volge «disfatto».
Bussano. E Wagner, il suo assistente e factotum, che venera la parola scritta e concepisce la scienza come accrescimento lineare privo di contraddizioni. Egli crede che Faust stia declamando «una tragedia greca», e vorrebbe approfittare di quella lezione di retorica. Faust risponde che per toccare i cuori bisogna parlare con il cuore. E ribadisce i limiti del sapere umano.
Wagner esce a malincuore. Faust, ripreso dai suoi cupi pensieri, decide di «volgere le spalle al dolce sole della terra». Ma quando sta per portare alle labbra la coppa del veleno, ode le campane e i cori dei fedeli della chiesa vicina. Riaffiora il ricordo delle funzioni religiose dell’infanzia. Faust piange e ritorna alla vita.

FUORI PORTA (vv. 808-1177)
Scritta dopo la seconda parte della scena precedente; la stesura definitiva è probabilmente del febbraio 1801.
Personaggi: gente di ogni ceto, uscita a passeggio dalle mura cittadine nel pomeriggio del giorno di Pasqua; Faust e Wagner; contadini in festa.
I brevi dialoghi, di magistrale realismo, dipingono lo sfondo storico e sociale della vicenda. Passano Faust e Wagner, soli anche in mezzo alla folla. Ballo di contadini, che salutano Faust come un benefattore, perché tante volte, insieme a suo padre, si prodigò per curare le epidemie.
Ma Faust rivela a Wagner di non avere alcun merito. Al contrario: «Con pozioni infernali funestammo queste valli assai più della peste».
Sulla passeggiata calano le ombre della sera eoscuri presagi. Un can barbone nero si unisce al maestro e al discepolo che rientrano in città.

STUDIO(vv. 1178-1529)
Scritta intorno al 1800.
Personaggi: Faust, Mefistofele; un coro di spiriti.
Faust, rientrato nel suo studio insieme al can barbone, apre il Nuovo Testamento e si accinge a tradurre dal greco le prime parole del Vangelo di Giovanni. Qual è il principio della realtà? Non la «parola», secondo la traduzione letterale, né il «pensiero», né la «forza». E l’«atto», l’eterna attività creatrice che tutto trasforma.
Ma la meditazione è disturbata dal cane, che ringhia, si gonfia, cresce a dismisura. Faust non si turba, e ricorre agli scongiuri di cui è maestro. Non è uno spirito elementare (Salamandra, Ondina, Silfide o Coboldo); è forse uno spirito infernale? Ma, prima che Faust tracci il segno della Croce, Mefistofele si svela. Assunto l’aspetto di «chierico vagante» (studente che viaggia da un’università all’altra), si dice «parte di quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene».
Faust vorrebbe «stringere un patto». Mefistofele promette di tornare, ma per il momento vorrebbe andarsene. Sulla soglia però è tracciata la stella di Davide, simbolo del Cristo, che gli impedisce di uscire. Faust è convinto di averlo in pugno. Ma egli evoca un coro di spiriti, che addormenta Faust con una dolcissima ninna nanna, chiama un topo che rosicchia il disegno sulla soglia, e sparisce.

STUDIO(vv. 1530-2072)
Personaggi: Faust, Mefistofele, un coro di spiriti; poi un giovane studente.
La scena unisce tre parti scritte e rielaborate in epoche diverse: 1773-75 (Urfaust), 1788-89 e 1798‑1800.
La conclusione (vv. 1868-2050, il colloquio tra Mefistofele, mascherato da Faust, e la matricola) è nell’Urfaust, dove chiude la prima scena (vv. 249-444), ma qui appare largamente rielaborata. La prima parte (vv. 1530-1769) fu composta (come le scene precedenti, a partire dal v. 606) nel periodo 1798-1800. I vv. 1770-2072 furono pubblicati da Goethe in Faust. Em Fragment (1790), e non sono stati più ritoccati: la rielaborazione del testo giovanile e la parte che in esso manca (vv. 1770-1867 e 1964-2000) risalgono al periodo 1788‑89.
Non sappiamo quanto tempo sia trascorso. Mefistofele compare nello studio di Faust vestito da nobile cavaliere, per offrirgli i suoi servigi. Faust, disperato, maledice la sua esistenza. Mefistofele gli propone un patto: egli appagherà in questa vita ogni suo desiderio, mettendogli a disposizione i suoi poteri magici, Faust lo servirà nell’altra vita.
Faust, che non crede nella vita futura, ribalta il patto in una scommessa: nulla di ciò che Mefistofele potrà dargli riuscirà ad appagarlo. «Se dirò all’attimo: sei così bello! fermati! allora tu potrai mettermi in ceppi». La posta in gioco è la libertà. Mefistofele accetta, sicuro del fatto suo: stordirà Faust con sempre nuovi piaceri e, se nessuno lo appagherà, frustrazione e disperazione lo porteranno ugualmente a dannarsi.
Faust esce. Mefistofele, indossata la sua palandrana, riceve una giovane matricola e si prende gioco della cultura accademica, irrigidita in formule vuote. Poi Faust e Mefistofele partono sul tappeto volante.

LA CANTINA DI AUERBACH A LIPSIA
(vv. 2073-2336)
La scena è già, in prosa (a parte le due canzoni), nell’Urfaust. La versione attuale, in versi e notevolmente modificata, appare nel Fragment del 1790; la rielaborazione è del 1788-89.
Personaggi: quattro studenti di diversa anzianità che fanno bisboccia, Frosch (matricola), Brander (secondo semestre), Siebel (più anziano), Altmayer (vecchio studente fuori corso); poi Faust e Mefistofele.
L’episodio tradizionale (Faust e Mefistofele si burlano di una brigata di buontemponi, spillano vino dal bordo del tavolo e se ne vanno a cavallo di una botte) diviene qui una feroce satira della vita studentesca e dei suoi insipidi stravizi. Mefistofele mostra a Faust, nella prima tappa del viaggio, «come si prende la vita alla leggera». Ma i piaceri deteriori della crapula non lo interessano. Mentre nell’Urfaust è Faust ad agire, qui egli assiste passivo e disgustato ai trucchi di Mefistofele.

CUCINA DI STREGA
(vv. 2337-2604)
Scritta a Roma nella primavera 1788, nei giardini di Villa Borghese, fu pubblicata in Faust. Em Fragment (1790).
Personaggi: Faust, Mefistofele, una famiglia di Gatti Mammoni (scimmie fatate dalla lunga coda), la strega.
Mefistofele conduce Faust, riluttante, nella cucina di una strega, che lo farà ringiovanire con un filtro. Mentre la fattucchiera lo prepara, Faust vede riflessa in uno specchio l’immagine di una donna bellissima.
È la scena che segna, durante il viaggio in Italia, la ripresa del lavoro al Faust dopo un’interruzione di tredici anni. Nel frattempo anche l’età di Faust è cambiata: nell’Urfaust era un giovane accademico, ora è un vecchio, che deve ringiovanire per andare in cerca di avventure.

STRADA(vv. 2605-2677)
Comincia con questa scena il «dramma di Margherita», il nucleo più compatto dell’Urfaust (dal verso 457 alla fine), rimasto quasi inalterato. Da qui in poi, salvo diversa indicazione, il testo coincide con l’Urfaust (anni 1770-75).
Personaggi: Faust, Margherita, Mefistofele.
In una piccola città tedesca Faust, che adesso è un giovane cavaliere, vede passare una fanciulla della piccola borghesia, appena uscita di chiesa, e cerca sfacciatamente di abbordarla. La ragazza si libera con uno strattone e si allontana. Faust la vuole. Mefistofele si schermisce: è una fanciulla pura, non ha «alcun potere» su di lei. Faust, impaziente, gli ricorda il patto. Mefistofele cede; ma non sarà cosa facile né breve. Si offre però di introdurlo nella casa di lei. Faust gli chiede un ricco dono per la fanciulla. Mefistofele approva con entusiasmo.

SERA
(vv. 2678-2804)
Dall’Urfaust con poche varianti.
Personaggi: Margherita nella sua stanza; Mefistofele e Faust; di nuovo Margherita.
Margherita si annoda le trecce, ripensando al bel cavaliere «così sfacciato» che ha cercato di fermarla. Esce. Mefistofele introduce Faust, impaziente di «godere subito». Ma in quella stanza, dove «tutto spira un senso di ordine» e di austera semplicità, si sente «svanire in un sogno d’amore», e vorrebbe fuggire. Mefistofele lo deride e, quasi contro la sua volontà, chiude nell’armadio uno scrigno con ricchi gioielli. Escono.
Margherita rientra e canta, svestendosi, la canzone del «re di Tule», storia triste di un amore fedele. Apre l’armadio e scorge lo scrigno. Chiedendosi di dove venga, si adorna con i gioielli e rimpiange la sua povertà.

PASSEGGIATA
(vv. 2805-2864)
Come in Urfaust.
Personaggi: Faust, Mefistofele.
Furente, Mefistofele racconta che la madre di Margherita, una donna bigotta, ha offerto i misteriosi gioielli al parroco, che li ha presi senza farsi pregare Faust ne chiede altri, e consiglia a Mefistofele di «appiccicarsi» alla vicina di casa di Margherita, per creare un’occasione d’incontro.

CASA DELLA VICINA
(vv. 2865-3024)
Dall’Urfaust con minime varianti.
Personaggi: Marta Schwerdtlein, vicina di Margherita, Margherita, poi Mefistofele.
Marta si lamenta: suo marito l’ha abbandonata da anni, forse è morto, ma senza il certificato di morte lei non può risposarsi. Arriva Margherita trafelata: ha trovato un altro scrigno, con gioielli ancora più belli! «Questa volta non ditelo alla mamma», consiglia Marta.
Bussano. È Mefistofele, che finge di avere notizie del marito di Marta, e ne racconta con sarcasmo la presunta fine: è sepolto vicino alla chiesa di Sant’Antonio, a Padova, e non le ha lasciato nulla. Marta chiede «un documento» che ne attesti la morte. Mefistofele promette di tornare la sera stessa con un amico «assai distinto», poiché due testi sono necessari per testimoniare validamente in tribunale.

STRADA
(vv. 3025-3072)
Come nell’ Urfaust.
Personaggi: Faust, Mefistofele.
Faust è impaziente. Mefistofele promette: «In breve tempo Greta sarà vostra», chiamandola già, familiarmente, con il diminutivo. Basterà testimoniare sulla morte del signor Schwerdtlein. Faust rifiuta di testimoniare il falso. Mefistofele ironizza: sarebbe forse la prima volta? «Non ingannerai la Greta, poverina, giurandole un amore senza fine?». Faust si difende con imbarazzo, e alla fine tronca la discussione.

GIARDINO
(vv. 3073-3204)
Come nell’Urfaust, con minime varianti.
Personaggi: Margherita e Faust, Marta e Mefistofele, a passeggio nel giardino di Marta.
Margherita riconosce l’ardito cavaliere che l’aveva fermata; ma, suo malgrado, l’ha già perdonato. E sfogliando una margherita sussurra con trepidazione: «Mi ama!». Faust giura un amore «senza fine». Mefistofele passeggia con Marta e delude i suoi approcci facendo finta di non capire.

UNA CASETTA NEL GIARDINO
(vv. 3205-3216)
Come nell’Urfaust.
Personaggi: Faust e Margherita, poi Marta e Mefistofele.
È passato un po’ di tempo. Margherita, scappando per gioco, si nasconde in una piccola rimessa nel giardino di Marta. Faust la raggiunge e la bacia. Ma è tardi, bisogna separarsi, o la gente penserà male. Margherita, rimasta sola, sente di essere «una povera ignorante»: «Non capisco in me cosa ci trova».

BOSCO E GROTTA
(vv. 3217-3373)
La scena manca nell’Urfaust (a parte pochi versi, collocati in un altro punto). Pubblicata nel Fragment del 1790, e scritta nei due anni precedenti, vi compare dopo la scena Alla fontana, che presuppone, con scarsa coerenza, la «caduta» di Margherita. Nella redazione definitiva Goethe l’ha spostata qui, dandole il suo vero significato nello svolgimento del dramma.
Personaggi: Faust, Mefistofele.
Faust si è ritirato in solitudine, perché sa che appagando il suo desiderio rovinerebbe Margherita. Il contatto con la natura gli dà forza. Egli pensa ora con gratitudine allo Spirito della Terra, che gli ha «dato la Natura maestosa come regno». Ma la sua serenità è guastata dal «compagno» che lo Spirito gli ha dato (Faust considera Mefistofele una creatura terrestre, che perciò dipende dallo Spirito della Terra). Sopraggiunge Mefistofele, che si fa beffe dei suoi scrupoli: Margherita è disperata, che cosa aspetta a «consolarla»? Dietro l’«alta intuizione» di un rapporto privilegiato e solitario con la natura c’è solo paura e desiderio: ed egli lo esprime con un gesto osceno.
Faust inveisce contro di lui, ma cede: «Precipiti sudi me il suo destino e sia perduta insieme a me!»

LA STANZA DI GRETA
(vv. 3374-3413)
Come in Urfaust, con piccole varianti.
Margherita, «sola all’arcolaio», canta disperata il suo amore e il desiderio dell’uomo amato.

IL GIARDINO DI MARTA
(vv. 3414-3543)
Come in Urfaust, con poche varianti.
Personaggi: Margherita, Faust, poi Mefistofele.
Faust è ritornato. La fanciulla, che ora lo chiama Enrico, gli domanda se «crede in Dio». Faust risponde con una professione di fede sincera, che è anche un sottile gioco di seduzione: Dio è ineffabile, chi ne ha «il cuore pieno» gli dia «il nome che vuole, beatitudine, cuore, amore, Dio!» «Il sentimento è tutto», il nome è nulla. Greta è affascinata, ma risponde: «Eppure… tu non sei cristiano». E gli svela il suo massimo cruccio: il suo rapporto con Mefistofele, di cui ha «un misterioso orrore».
Faust cambia discorso. Vorrebbe dormire con lei, «anima nell’anima». Anche Margherita vorrebbe, e lo dice senza falsi pudori: ma ha il terrore che sua madre li sorprenda. Faust le porge una boccetta: poche gocce, e la madre dormirà per tutta la notte. Margherita acconsente ed esce. Mefistofele ha sentito tutto, non nasconde il suo compiacimento, e interpreta gli scrupoli religiosi di Margherita come un mezzo per garantirsi l’«obbedienza» di Faust.

ALLA FONTANA
(vv. 3 544-3586)
Personaggi: «Greta e Lisetta con le brocche».
Lisetta rivela a Margherita, con gioia maligna, che un’altra ragazza, Barbarina, «alla fine c’è cascata»: «di quel che mangia lei vivono in due». Adesso sarà svergognata davanti a tutta la città: così imparerà a divertirsi, mentre le brave ragazze stavano chiuse in casa. Margherita, rimasta sola, riflette dolorosamente: «Con che coraggio prima criticavo… e adesso in peccato sono io!»

DENTRO LE MURA
(vv. 3587-3619)
Come in Urfaust, con piccole variazioni.
Sola di fronte a un’immagine della Madonna Addolorata, in una nicchia all’interno delle mura cittadine, Margherita «mette dei fiori freschi nei vasi» e prega con disperazione.

NOTTE
(vv. 3620-3775)
È l’ultima scena della Prima parte a trovare la sua forma definitiva. Nell’Urfaust c’è solo l’inizio (gli attuali vv. 3620-59: il monologo di Valentino e le prime battute di Faust e Mefistofele); il resto venne scritto dopo il 1800, e terminato il 29 marzo 1806.
Personaggi: Valentino, «soldato, fratello di Greta», Faust e Mefistofele, Margherita, Marta, la gente della cittadina.
Le voci corrono. Valentino, abituato, «quando sedeva a far bisboccia», a vantare le virtù della sorella, adesso è tormentato da perfide allusioni. Giunto di nascosto in città, aspetta in strada, davanti alla casa di Margherita. Arrivano Faust, cupo, e Mefistofele, in gran forma, che fa a Margherita un’ironica serenata. Valentino li aggredisce. Melistofele para le sue stoccate, Faust gli dà il colpo mortale. I due fuggono. Marta e Margherita scendono in strada, accorre una piccola folla. Davanti a tutti Valentino morente maledice la sorella con parole terribili.

DUOMO
(vv. 3776-3834)
Come in Urfaust. Con questa scena termina la parte pubblicata da Goethe nel 1790.
Personaggi: Greta, uno Spirito Maligno.
Messa per i defunti (nell’Urfaust è indicato che sono le «esequie della madre di Greta», uccisa lentamente dal sonnifero preparato da Mefistofele). Echeggiano le note del Dies irae. I pensieri di Margherita, in preda ai rimorsi e all’angoscia per il bambino che porta in seno, assumono la figura di uno Spirito Maligno che la tormenta.

NOTTE DI VALPURGA
(vv. 3835-4222)
Scritta tra il 1799 e il 1806.
Personaggi: Faust e Mefistofele; le creature del sabba infernale; varie caricature di contemporanei di Goethe.
L’anacronismo è solo apparente. Il sabba infernale è fuori del tempo: rappresentazione grottescamente deformata dei vizi e delle debolezze, individuali e sociali, di tutti i tempi, allude ai tempestosi eventi contemporanei, e in particolare alla Rivoluzione francese.
Secondo antiche credenze, che risalgono ai riti agricoli di primavera, nella notte di Santa Valpurga (tra il 30 aprile e il primo maggio) sul monte del Brocken, nello Harz, le forze occulte celebravano il sabba infernale. Mefistofele vi conduce Faust, condannato a morte per omicidio, per stordirlo e fargli dimenticare Margherita. Faust si lascia guidare docilmente, guarda con interesse, partecipa alla festa ballando con una giovane strega nuda: danza che allude scopertamente all’amore sessuale. Ma il suo contegno rimane distaccato. Per questo, a dispetto di Mefistofele, può riconoscere Margherita nel fantasma di «una bella fanciulla, sola, pallida», con «gli occhi di una morta». Mefistofele per distrarlo lo conduce verso un teatrino all’aperto.

SOGNO DELLA NOTTE DI VALPURGA
(vv. 4223-4398)
Il Sogno, che ha per sottotitolo Nozze d’oro di Oberon e Titania
Intermezzo(Oberon e Titania sono il re e la regina degli elfi nel folclore celtico e nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare), è una composizione satirica scritta nel 1797. Nata dalle Xenie, brevi epigrammi in cui Goethe e Schiller mettevano alla berlina i loro nemici letterari, era originariamente destinata a una rivista pubblicata dai due poeti; ma fu poi ampliata e utilizzata per il Faust. Alcuni versi furono aggiunti nel 1828.
Personaggi: figure tradizionali e allegorie da corteo mascherato, folletti, animali, caricature di contemporanei, le Xenie stesse. Recitano attori dilettanti, accompagnati da un’orchestra di «trombe di mosca e nasi di zanzara, raganelle tra foglie e grilli in steli».
L’intermezzo ha una vaga attinenza con il sabba, perché isola, nella satira dei vizi, l’aspetto culturale, soprattutto letterario e filosofico. Il suo tono amabile e leggero è in stridente contrasto con l’atmosfera incandescente delle ultime scene.

GIORNO FOSCO. CAMPAGNA
(prosa)
L’unica scena in prosa rimasta nel Faust è, insieme alle due che seguono (nell’Urfaust in prosa), fra le più antiche (1770-73). Dopo alcuni tentativi di metterla in versi, Goethe la lasciò, con lievi ritocchi, nel linguaggio appassionato dello Sturm und Drang.
Personaggi: Faust e Mefistofele.È passato molto tempo. Faust, ricercato dalla giustizia, ha seguito Mefistofele. Improvvisamente, non sappiamo in che modo, viene a sapere che Margherita, condannata a morte per infanticidio, attende l’esecuzione della sentenza. Ha avuto un figlio da lui, e l’ha ucciso per la disperazione e la vergogna. Sconvolto, Faust aggredisce Mefistofele, che ha buon gioco a rispondergli: «Chi è stato a trascinarla alla rovina, io o tu?»
Il diavolo non può far nulla per salvarla, perché le sentenze capitali sono pronunciate in nome di Dio; può solo aiutare la fuga, se Faust, «con mano d’uomo», riuscirà a liberarla. A questo scopo, Mefistofele acconsente a procurare dei cavalli fatati.

NOTTE. APERTA CAMPAGNA
(vv. 4399-4404)
Brevissima scena (sei versi), immutata dall’Urfaust. Faust e Mefistofele, «passando al galoppo su cavalli neri», scorgono in lontananza, accanto al patibolo, alcune streghe intente a un macabro rito.

CARCERE
(vv. 4405-4612)
Nell’Urfaust in prosa, risale forse al gennaio 1772; rielaborata in versi a partire dal 1798.
Personaggi: Faust, Margherita, alla fine Mefistofele.
Nella notte che precede l’esecuzione, Faust entra nel carcere che rinchiude Margherita. La fanciulla, fuori di sé per l’angoscia, lo scambia con terrore per il carnefice. Poi le sembra di riconoscere la sua voce, e lo bacia; ma le sue labbra «sono fredde, sono mute». A che pro fuggire? Nessuno può salvarla. Faust vorrebbe trascinarla via con la forza, ma Greta si ribella: «Lasciami! Non sopporto la violenza! Per te ho fatto tutto per amore».
Appare Mefistofele: sta spuntando il giorno, i cavalli fatati stanno per svanire. Vedendolo, Greta respinge Faust con orrore e si affida al giudizio di Dio. Mefistofele ha un grido di trionfo: «È giudicata!». Ma «una voce dall’alto» (che manca nell’Urfaust) risponde: «È salva!». Faust scompare con Mefistofele, mentre «una voce dall’interno» chiama: «Enrico! Enrico!»

PARTE SECONDA DELLA TRAGEDIA
(vv. 4613-12111)

ATTO PRIMO(vv. 4613-6565)

RIDENTE CONTRADA
(vv. 4613-4727)
Composta nel marzo 1826 (Goethe ha quasi 77 anni).
Personaggi: Ariele, il coro degli elfi, Faust.
Non sappiamo quanto tempo sia trascorso. «Faust, su un prato fiorito, stanco e irrequieto, cerca di addormentarsi». Ariele invita un coro di elfi a «purificare il suo animo dagli orrori vissuti», facendo scendere su di lui il riposo notturno e l’oblio. «Che sia santo o sia malvagio», gli elfi hanno pietà di ogni uomo che soffre.
Il coro intona le quattro vigilie della notte: vespero, notturno, mattutino, risveglio.
Al sorgere dell’alba, Faust si desta rasserenato. Guarda il sole, ma non riesce a fissarlo; si volta e, scorgendo l’arcobaleno riflesso nella cascata, comprende: la visione diretta della verità non è fatta per l’uomo. «Possediamo la vita solo nel suo riflesso colorato».

PALAZZO IMPERIALE. SALA DEL TRONO
(vv. 4728-5064)
Scritta nel 1827.
Personaggi: il giovane imperatore del Sacro Romano Impero; cortigiani; i dignitari del Consiglio di Stato: il cancelliere, che è anche un principe della Chiesa, il comandante dell’esercito, il tesoriere e il maggiordomo, che dirige l’amministrazione del palazzo; Mefistofele; l’astrologo di corte.
Dopo il «piccolo mondo» degli affetti privati, il cammino di Faust continua nel «gran mondo» della politica, tronfio e spettrale. Dopo la prima scena, l’intero Atto primo si svolge alla corte imperiale. Il tono è spietatamente satirico. Nell’ultima scena si annuncia però l’argomento dei due atti successivi: la scoperta della bellezza e della poesia, retaggio perenne della Grecia classica.
Mefistofele prende il posto del Buffone, per introdurre Faust a corte. L’impero precipita nell’anarchia, ma l’imperatore non ha voglia di «tormentarsi in sedute e consigli»: vorrebbe festeggiare il Carnevale imminente. Il problema più grave è la mancanza di denaro. Mefistofele ha pronta la soluzione: il sottosuolo dell’impero, che appartiene al sovrano, è ricco di tesori sepolti; basterà scavare per avere oro in abbondanza. Superati gli scrupoli del cancelliere, che sente odor di diavolo, l’imprenditore approva. Ma prima festeggerà il Carnevale.

GRAN SALONE CON STANZE ATTIGUE
(vv. 5065-5986)
Scritta nel 1827.
lo spettacolari di un grande corteo mascherato, che si snoda all’interno del palazzo con l’ausilio delle arti magiche di Mefistofele. Sotto alcune maschere si celano personaggi veri: Faust compare come Pluto, dio della Ricchezza, Mefistofele in varie metamorfosi, l’imperatore come il dio Pan. Un Araldo di corte annuncia le maschere.
Lo spettacolo pirotecnico della mascherata irride alla società di corte e ai suoi vizi, ma nessuno sembra notarlo. Compare anche la Poesia, incompresa dai cortigiani.Ispirata alle feste dell’Italia rinascimentale, al Carnevale romano, visto da Goethe nel viaggio in Italia, e alla sua esperienza di organizzatore di feste per la corte di Weimar, la lunga scena (927 versi) è un concentrato della saggezza mondana del vecchio Goethe.
Tutto scorre lietamente, finché non compaiono i personaggi più gravidi di significati. Sul carro guidato da un Auriga adolescente (la Poesia) entra un magnifico sovrano (Faust-Pluto); dietro di lui l’Avaro (Mefistofele), modellando oro fluido (l’oro compra ogni cosa, quindi può assumere ogni forma), si diletta di uno scherzo osceno al pubblico femminile. Irrompe la «caccia selvaggia». Il dio Pan (l’imperatore) si china sulla cassa di Pluto, da cui sgorga oro incandescente (il metallo di cui l’impero ha tanto bisogno). La barba posticcia prende fuoco, le fiamme si propagano, in un attimo un immane incendio, avvolge la sala.
Ma è solo illusione. Con un’inondazione altrettanto illusoria e spettacolare Faust‑Pluto spegne le fiamme.

GIARDINO DI SVAGO
(vv. 5987-6172)
Scritta tra il dicembre 1827 e il gennaio 1828.
Gli stessi personaggi della scena Sala del trono.Passata la festa, restano i problemi dell’impero. Ma qualcosa è già successo. Senza accorgersene l’imperatore, mascherato da «grande Pan», ha firmato un foglietto, che, «subito riprodotto nella notte a miriadi, per magia», è accettato da tutti come oro sonante. A garanzia della convertibilità in oro della carta moneta stanno le ricchezze sepolte nel sottosuolo dell’impero. Le finanze imperiali sono risanate di colpo, perché tutti accettano in pagamento il nuovo denaro. Ferve l’attività economica, ogni problema sembra svanito.
Il «prodigio» è avvenuto grazie a Mefistofele, che è nominato, insieme a Faust, tesoriere imperiale. Alla fine l’imperatore distribuisce il nuovo denaro ai cortigiani, curioso di sapere che cosa ne faranno. Ma sarà deluso: lungi dal ricavarne «gusto e audacia a nuove imprese», restano quelli di sempre. L’unico savio è il Buffone, rispuntato giusto in tempo per ricevere il dono, che corre a tramutarlo in beni immobili.
La brillante parodia dell’invenzione (mefistofelica) della moneta cartacea ha un significato serio: riproducibili a piacere, e quindi soggette a rapido deprezzamento, le banconote sono un’arma a doppio taglio. Dietro la diffidenza del vecchio Goethe c’è l’esperienza disastrosa degli «assegnati» stampati pochi decenni prima dal governo francese rivoluzionario. Oggi il problema dell’inflazione fa parte dell’esperienza quotidiana.

GALLERIA OSCURA
(vv. 6173-6306)
Scritta nel 1828-29, è l’ultima scena del Primo atto a essere completata.
Personaggi: Faust e Mefistofele.
Faust è negli impicci: l’imperatore, che ha fatto l’abitudine agli spettacoli di magia, «vuole, sui due piedi, veder davanti a sé Elena e Paride… il modello dell’uomo e della donna». Mefistofele dapprima si schermisce, poi a malincuore indica una via. «Cammino mai percorso», in «vuoto e solitudine», è la discesa alle Madri, che, nel fondo del più profondo abisso, fuori dal tempo e dallo spazio, vegliano accanto alle forme eterne di tutte le cose. Faust dovrà raggiungerle con la sola forza del suo desiderio. A rischio di non tornare mai più.
Se avrà fortuna, toccando con una chiave magica, che Mefistofele gli porge, un tripode fatato, egli lo riporterà con sé, e con esso potrà evocare le ombre di Elena e di Paride. Faust non ha paura: «batte il piede e sprofonda».
Il mito delle Madri è invenzione di Goethe, anche se lo spunto gli venne forse suggerito da un passo di Plutarco.

SALE ILLUMINATE A GIORNO
(vv. 6307-6376)
Gennaio 1828.
Personaggi: Mefistolefe fra i cortigiani.
Breve scena satirica. Nell’attesa dell’evocazione degli spiriti, i cortigiani fanno ressa intorno a Mefistofele: una biondina, una brunetta, una dama, un paggio chiedono rimedi per le loro pene, fisiche o amorose. Mefistofele li accontenta, ma si fanno avanti sempre nuove richieste. Solo il ritorno di Faust può liberarlo.

SALA DEI CAVALIERI
(vv. 6377-6565)
Scritta nel 1828-29.
Personaggi: Faust, Mefistofele, l’araldo, l’astrologo, gli spiriti di Elena e di Paride, nobili e cortigiani.
In fondo all’antica sala dei cavalieri è stato eretto un teatro in stile greco arcaico. La corte ha preso posto, più spettrale dei fantasmi che stanno per apparire. Faust emerge sul proscenio con il tripode ed evoca solennemente Paride ed Elena, che si muovono sulla scena con perfetta naturalezza, ignari degli spettatori. Uomini e donne li giudicano grettamente: le dame, affascinate da Paride, criticano con invidia la figura di Elena, e viceversa. Mefistofele rimane indifferente. Solo Faust è attonito di fronte alla rivelazione di un mondo superiore, più bello e più vero: il «doppio regno» insieme reale e ideale.
Quando Paride, baciato da Elena, la afferra per rapirla, Faust, sconvolto, lo tocca con la chiave magica. Un’esplosione dissolve l’incantesimo, ed egli cade al suolo privo di sensi. «Oscurità, tumulto» in sala.

ATTO SECONDO
(vv. 6566-8487)

ANGUSTA STANZA GOTICA
(vv. 6566-6818)
Scritta tra il novembre 1827 e il dicembre 1829.
Personaggi: Mefistofele, l’anziano assistente del dottor Wagner, un giovane laureato.
Faust non ha più ripreso i sensi. Mefistofele lo ha riportato nel suo antico studio, e ora indossa con piacere la vecchia zimarra tarlata. Suona, e arriva tremando Nicodemo, servitore e assistente di Wagner, che nel frattempo è diventato un professore di chiara fama, ma non sa darsi pace per la scomparsa del venerato maestro. Egli non esce mai dal laboratorio, tutto preso fu strani esperimenti. Mefistofele si fa annunciare.
Entra un laureato: è lo studente di cui Mefistofele un tempo si era preso gioco. Adesso le parti sono capovolte, e il giovane insulta apertamente quello che crede il vecchio professore. Il dialogo è una feroce satira dell’arroganza e della prosopopea dei giovani filosofi idealisti del tempo di Goethe.

LABORATORIO
(vv. 6819-7004)
Scritta nel 1828-29.
Personaggi: Wagner, Mefistofele, Homunculus.
Nel laboratorio che fu di Faust, Wagner lavora a un esperimento straordinario: la creazione chimica di un uomo, o meglio di un cervello artificiale, antica aspirazione alchimistica e di varie tradizioni esoteriche. Entra Mefistofele, che apparentemente è solo spettatore, ma in realtà coopera all’evento. Nella provetta si forma un piccolo essere, Homunculus («ometto», in latino), luminoso e intelligente ma senza corpo, e che perciò può vivere solo all’interno della sua fiala di cristallo.
È un demone (chiama Mefistofele «signor cugino»), ma benigno, e la sua intelligenza illimitata gli consente, librandosi sul letto di Faust, di leggergli nel pensiero. Faust sta sognando un mito greco: l’amore tra Zeus, in forma di cigno, e Leda, regina di Sparta, dal quale sarebbe nata Elena, meta alla quale tende tutto il suo essere. Homunculus comprende che Faust non potrà destarsi nel «groviglio soffocante» delle mura gotiche, ma potrà rivivere soltanto fra le memorie e sul suolo della Grecia classica.
«Proprio adesso» rivela Homunculus «cade la Notte di Valpurga classica»: le creature del mito si radunano come ognianno in Tessaglia, sui campi di Farsalo e nelle baie vicine del Mare Egeo, per ricordare la fatale battaglia tra Cesare e Pompeo che segnò il passaggio dalla repubblica romana all’impero. Mefistofele, che non ha simpatia per il mondo classico, acconsente a malincuore a portare Faust laggiù sul tappeto volante.

NOTTE DI VALPURGA CLASSICA (vv. 7005-8487)
Scritta dal gennaio al giugno 1830, sulla base di un dettagliato schema del dicembre 1826. È divisa in due scene.
Personaggi: Homunculus, Mefistofele, Faust; le favolose creature del mito arcaico, che in parte personificano le forze della natura; i filosofi greci Talete e Anassagora.

CAMPI DI FARSALO
(vv. 7005-8033)
La scena è divisa in quattro parti: un’introduzione di 75 versi e tre quadri, in cui lo scenario si sposta lungo l’alto e il basso corso del fiume Peneio.
Nei versi introduttivi la maga tessalica Erittone annuncia l’inizio imminente del sabba classico. Dal tappeto volante scendono Homunculus, Mefistofele e Faust, che, nell’attimo in cui tocca il suolo della Grecia, si ridesta ed esclama: «Lei dov’è?». I tre decidono di separarsi. Faust cercherà una via che lo conduca a Elena. Homunculus, spirito privo di materia, andrà alla ricerca di un modo per «nascere», cioè per diventare un essere completo di mente e di corpo. Mefistofele andrà a zonzo senza meta: in Grecia è solo una comparsa.

Lungo l’alto Peneio
(vv. 7080-7248)
Mefistofele incontra i Grifoni, le Sfingi, le Sirene e altre creature del selvaggio mondo arcaico. La scarsa simpatia è reciproca. Faust invece scopre con entusiasmo un mondo «grandioso anche nel ripugnante». Egli domanda di Elena alle Sfingi, che lo invitano a cercare il centauro Chirone.

Lungo il basso Peneio
(vv. 7249-7494)
Faust si avvicina al fiume, e rivede la scena di Leda e del cigno. Si ode un galoppo: è Chirone, che accetta di prenderlo in groppa, e di parlare con lui di Ercole, il più forte degli eroi, e di Elena giovinetta. «Non posso vivere se non posso averla» esclama Faust. E per guarire la sua «mente sconvolta» Chirone lo lascia davanti al tempio della sibilla Manto, figlia del dio della medicina, Esculapio. Manto però «ama chi aspira all’impossibile», e mostra a Faust una via che conduce a Persefone. Seguendo, con miglior fortuna, il cammino di Orfeo, egli potrà ottenere dalla dea del mondo sotterraneo la liberazione di Elena; che ritornerà sulla terra non come fantasma, ma come persona reale.

Lungo l’alto Peneio
(vv. 7495-8033)
Faust è uscito di scena. La sua discesa nell’Ade non è rappresentata. Durante il resto della notte il protagonista è Homunculus, che, per «nascere», deve scoprire le vie dell’attività creatrice della Natura. Queste sono raffigurate di scorcio attraverso una disputa scientifica che faceva furore al tempo di Goethe: quella tra «vulcanisti» e «nettunisti».
I «vulcanisti» riconducevano la formazione della crosta terrestre all’azione violenta e improvvisa delle forze vulcaniche, i «nettunisti» a quella lenta e graduale dell’acqua marina. Le due posizioni sono sostenute qui da due filosofi greci, che in realtà non furono contemporanei (ma il sabba classico, come quello medioevale, è fuori del tempo): Talete, che nell’acqua vide l’origine di tutte le cose, e Anassagora, amico e maestro di Pericle. Goethe, che provava per la teoria vulcanica un’invincibile ripugnanza, prende decisamente le parti dell’acqua e di Talete. Il suo Anassagora non fa una gran figura: ma le teorie che sostiene qui hanno ben poco a che vedere con quelle del geniale filosofo del V secolo avanti Cristo.
I fatti sembrano dare ragione ad Anassagora. Un terremoto genera di colpo un monte; dalla luna si stacca un meteorite che precipita sulla terra. Alla violenza della Natura corrisponde la violenza degli esseri viventi. I Pigmei fanno strage di Aironi per rubarne le penne, e vengono attaccati dalle Gru. Ma tutti sono schiacciati dal meteorite: trasparente metafora dei sommovimenti rivoluzionari a cavallo tra Sette e Ottocento, e del loro tragico esito.
All’accaduto assistono i due filosofi e Homunculus, che li segue, sperando di scoprire le leggi naturali della «nascita». Le sue preferenze vanno subito a Talete, che alla fine si rivela vincitore. I fenomeni violenti sono effimeri. Tutto ritornerà come prima, e la Natura continuerà a modificarsi secondo i suoi processi graduali.
Mefistofele nel frattempo è corso dietro alle Lamie, streghe lascive, che lo stuzzicano prendendosi gioco di lui. Poi egli incontra tre figure spaventevoli: sono le Forciadi, vertice assoluto della bruttezza, come Elena lo è della bellezza. In tre hanno un solo occhio e un solo dente. Con un’ardita metamorfosi Mefistofele assume le sembianze di una di esse, che conserverà per tutto il Terzo atto. Si conclude così la sua parte, e dei tre viandanti solo Homunculus rimane sulla scena.

BAIE ROCCIOSE DEL MARE EGEO
(vv. 8034-8487)
Il sabba classico cambia ora completamente, trasformandosi nella «festa marina» in onore di Galatea. Ninfa del mare, figlia di Nereo e Donde, Galatea è la dea più bella dopo Afrodite; ed è venerata al suo posto nell’isola di Citéra, da quando la dea della bellezza se ne è allontanata. Il trionfo di Galatea sulla sua conchiglia tirata da cavalli marini, ispirato probabilmente al celebre dipinto di Raffaello, prepara il ritorno sulla terra della suprema bellezza, Elena, che comparirà nell’atto seguente. Alla festa partecipano le divinità del mare, Sirene, Nereidi, Tritoni, Dondi, Nereo e Proteo, e antiche divinità delle isole, come i Teichini di Rodi e i Cabin di Samotracia (antichi dei di origine fenicia e egiziana).
La festa del mare è la festa della vita, che nasce dall’acqua. E il mare che Homunculus doveva raggiungere, per cominciare il lungo cammino che, attraverso tutte le forme viventi, condurrà l’intelligenza pura, principio vivificatore della materia organica, ma sterile senza di essa, a incarnarsi.
Homunculus si è affidato alla guida di Talete, che lo conduce da Nereo, il «vegliardo del mare», che ne impersona, insieme alle figlie, le Nereidi, il volto benigno ai naviganti. Ma il dio non può ascoltarlo, deve recarsi all’incontro con la figlia Galatea: pochi attimi, da lontano, che dovranno riempire un anno intero di separazione. E consiglia di rivolgersi allo sfuggente Proteo, dio dalle mille forme.
Talete e Homunculus seguono Nereo sulla riva del mare. Qui Proteo, assunta la forma di un delfino, prende Homunculus sulla schiena e lo porta in mezzo al mare. Al culmine della festa, mentre tutti intonano la lode dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, la fiala di Homunculus, portata da Proteo, va a spezzarsi, con un palpito di amore, contro la conchiglia di Galatea, e la sua fiamma si effonde sulle acque marine.
Il sacrificio di Homunculus ha vivificato le forze della Natura con la luce dell’intelligenza. Egli tornerà alla vita solo percorrendo tutta la lunga catena delle forme viventi, fino all’uomo: mito fra i più delicati e pregnanti in cui Goethe abbia espresso la sua visione della trasformazione perenne.

ATTO TERZO
(vv. 8488-10038)
Il disegno generale e circa 300 versi iniziali (che, rielaborati, sono ora i vv. 8488-8802) risalgono circa al 1800. Il resto fu scritto tra l’estate 1825 e il gennaio 1827. L’atto apparve in un volume a sé nella primavera 1827, con il titolo Elena. Fantasmagoria classico-romantica. Intermezzo al Faust.

DAVANTI AL PALAZZO DI MENELAO A SPARTA
(vv. 8488‑9126)
Personaggi: Elena; il coro delle sue ancelle, giovani prigioniere troiane, con la corifea Pantalide; la Forciade (Mefistofele), che ha assunto le vesti della vecchia custode del palazzo.
L’Atto secondo ha preparato l’epifania di Elena, che ora, liberata dall’Ade, appare sul suolo di Sparta, davanti alla reggia che la vide bambina. Elena e le ancelle credono di essere appena sbarcate, dopo i lunghi anni di viaggio che seguirono la caduta di Troia, inviate dal re Menelao a preparare il suo ritorno nella reggia. Elena però si trova nella sua terra, non nel suo tempo. E neppure in quello di Faust. Ma in un mondo fatato, o letterario, che è un’evocazione fantastica dell’epoca delle crociate, quando le potenze cristiane fondarono nel Peloponneso piccoli stati feudali. Il territorio della Laconia divenne parte del ducato di Acaia, che ebbe la sua magnifica sede nella rocca di Mistrà, eretta, a metà del XIII secolo, sul monte che domina Sparta.
Elena entra nel palazzo e ne esce sconvolta: le sale sono deserte, ma, accanto al focolare, una figura orribile l’ha respinta. La Forciade appare sulla soglia. Comincia un violento battibecco con le impertinenti fanciulle troiane. Alla fine Forciade‑Mefistofele rivela che Menelao ha deciso di uccidere Elena e le prigioniere. Ma una via di salvezza c’è. Sulla montagna vicina una stirpe straniera ha eretto una rocca inaccessibile: se Elena vorrà mettersi sotto la protezione del suo signore, l’ira di Menelao sarà vana.
Elena acconsente. Una nebbia vela la scena. Senza scorgere nulla, la regina e le ancelle vengono trasportate in un altro luogo.

CORTE INTERNA DI UN CASTELLO
(vv. 9127-9573)
Personaggi: Elena, Pantalide, il coro; Faust, con uno splendido seguito di cavalieri e di paggi; Linceo, vedetta del castello; la Forciade.
Elena e le fanciulle si trovano nel cortile di un grande castello medioevale. Dall’alto scende lungo uno scalone un corteo di giovani sfarzosamente vestiti, che recano un trono e invitano Elena a sedersi. Poi scende Faust, seguito da un uomo in catene. È Linceo, la vedetta: merita la morte, perché non ha annunciato l’arrivo di Elena, in modo che l’accoglienza fosse degna di lei.
La bellezza di Elena, che acceca come il sole, risponde Linceo, gli ha tolto la parola. Elena gli fa grazia della vita, e lamenta il destino che la porta, contro la sua volontà, a sconvolgere la mente degli uomini. Linceo ritorna per offrire all’ospite tutti i tesori del castello, frutto delle scorrerie dei popoli germanici. Ma Faust lo allontana: tutto è già suo.
La regina chiama Faust al suo fianco, sente che egli parla in modo nuovo e dolce, e spontaneamente lo imita. Scopre così la rima: simbolo dell’unione tra i due cuori, che è a sua volta il presupposto di ogni fecondo retaggio letterario. L’unione tra Elena e Faust è il simbolo dell’innesto tra Sette e Ottocento, dell’antica tradizione greca sul tronco della moderna cultura europea.
Si ode una musica di guerra. La Forciade annuncia che Menelao si appresta a dare l’assalto al castello. La minaccia è immaginaria. Ma Faust impartisce le disposizioni per la difesa, e assegna in feudo ai suoi baroni le regioni della Grecia, riassumendo la vicenda delle invasioni germaniche. Faust e Elena vivranno, sicuri da ogni minaccia, in Arcadia: la regione che, nella tradizione letteraria, è simbolo di serena vita campestre, di idillio a contatto con la natura.

BOSCHETTO OMBROSO
(vv. 9574-10038)
Personaggi: Forciade, il coro delle fanciulle, Pantalide, Faust e Elena, il loro figlio Euforione.Il paesaggio è un’Arcadia di fantasia: boschi, grotte, ombrosi pergolati. Non scenario realistico ma finzione letteraria; come l’azione, dichiaratamente simbolica e metaforica. La parte maggiore della scena (dal verso 9679) è concepita da Goethe come un melodramma, cantato e con accompagnamento orchestrale.
Dall’amore tra Elena e Faust, dall’incontro tra la Grecia classica e l’Occidente germanico, nasce Euforione (nel mito greco questo è il nome del figlio di Elena e Achille): allegoria della creatività poetica, come l’Auriga adolescente nel corteo mascherato del Primo atto. Ma Euforione non è un simbolo astratto: Goethe rappresenta in lui Lord Byron, il giovane poeta romantico, che conosceva e ammirava come il più originale della sua età. Fu la notizia della morte di Byron a Missolungi (19 aprile 1824), dove si era recato, con un battaglione allestito a sue spese, per partecipare alla lotta dei greci contro il dominio turco, a ispirare a Goethe la figura di Euforione, e la conclusione del «dramma di Elena».
Forciade descrive alle fanciulle la nascita di Euforione, che esce dalla grotta suonando la lira. Comincia la parte musicale. Faust e Elena assistono con trepidazione ai giochi del fanciullo, sempre più irruenti. Euforione, già adolescente, danza con le ragazze, che ne sono affascinate, e le insegue nei boschi. Poi, sotto gli occhi apprensivi dei genitori, si lancia a scalare le rupi.
Dall’altro, egli vede bagliori, ode canti di guerra, e si lancia in aria per raggiungere i combattenti. Le vesti lo sostengono per un attimo, poi, novello Icaro, precipita al suolo. Il coro funebre intonato dalle fanciulle è, senza nominarlo, un compianto per la morte di Byron.
Elena segue la sorte del figlio e svanisce nell’Ade. A Faust rimane la sua veste, simbolo dell’eredità poetica della Grecia. La veste si dissolve in una nuvola, che si alza e porta con sé Faust.
Le fanciulle del coro non seguono Elena. Prive di un’individualità forte, capace, secondo la concezione di Goethe, di conservarsi unita nel ciclo delle trasformazioni, si dissolvono in elementi naturali, diventando ninfe dei boschi, delle acque e dei vigneti. Sulle note di un travolgente baccanale cala il sipario, mentre la Forciade torna ad assumere le sembianze di Mefistofele.

ATTO QUARTO
(vv. 10039-11042)
Cominciato all’inizio del 1831, interrotto per completare alcune scene dell’Atto quinto, è stato in gran parte composto tra il giugno e il luglio 1831. Goethe ha quasi 82 anni.
Come il Secondo atto, scritto quando il Terzo era già stato pubblicato, ne costituisce l’antecedente, così il Quarto, composto dopo il Quinto, narra l’antefatto dell’ultima impresa di Faust. Ritornano i personaggi del Primo atto, l’imperatore e la sua corte, impegnati prima nella battaglia contro un usurpatore, poi nella riorganizzazione dell’impero.

ALTA MONTAGNA
(vv. 10039-10344)
Personaggi: Faust e Mefistofele; alla fine i Tre Violenti.
La nuvola depone Faust in vetta a una montagna. Mefistofele arriva con gli stivali delle sette leghe: anch’egli è un «vulcanista», a modo suo, perché afferma che le vette dei monti erano un tempo il fondo dell’Inferno, che un cataclisma provocato dai diavoli ha mandato su.
Faust ha un nuovo desiderio, che Mefistofele non riesce a indovinare: «guadagnare potere e proprietà», cimentarsi in un’impresa produttiva. Vuole aprire alla coltivazione e agli insediamenti umani le rive del mare del Nord, rese sterili dal movimento ripetitivo e «senza scopo» delle maree.
Mefistofele trova subito l’espediente adatto. L’imperatore è a mal partito. I suoi nemici si sono radunati, insieme agli scontenti per le disastrose condizioni dell’impero, dietro le bandiere di un usurpatore. Sta per combattersi la battaglia decisiva. Se Faust aiuterà il sovrano a vincere, potrà chiedergli in feudo, come ricompensa, le terre inutili sommerse dalla marea.
Per disporre di una truppa fidata, Mefistofele chiama i Tre Violenti, Attaccabriga, Mettiasacco e Tienistretto: caricatura demoniaca delle truppe mercenarie di ogni tempo e paese.

SUI CONTRAFFORTI
Personaggi: l’imperatore e il generale in capo; soldati e araldi; Faust e Mefistofele; i Tre Violenti e Predalesta, compagna di Mettiasacco.
Le truppe imperiali sono schierate sui primi contrafforti delle montagne, e aspettano l’urto nemico. Le cose si mettono male, nonostante l’aiuto di Faust e Mefistofele, che si presentano come inviati di un negromante che l’imperatore, a Roma, al tempo della sua incoronazione, aveva salvato dal rogo. Ma le arti magiche di Mefistofele salvano la situazione: un esercito di armature vuote si scatena sui nemici, che alla fine vengono sommersi da un’inondazione immaginaria, analoga all’incendio del Primo atto.

LA TENDA DELL’ANTIMPERATORE
(vv. 10783-11042)
Personaggi: Mettiasacco e Predalesta, guardie; poi l’imperatore con i futuri Grandi Elettori: il Gran Maresciallo, il Gran Ciambellano, il Gran Siniscalco e il Gran Cancelliere, che è anche l’arcivescovo di una città imperiale.
Nella prima parte della scena, grottesca, i due compari cercano di far man bassa dei tesori nella tenda dell’usurpatore; ma la loro avidità li fa correre su e giù senza costrutto, finché sono sorpresi e scacciati dalle guardie imperiali.
Nella seconda parte il sovrano riorganizza l’impero, distribuendo le più alte cariche ai suoi fedeli. Il cancelliere e arcivescovo gli chiede di innalzare un santuario, in espiazione della vittoria ottenuta con arti diaboliche. Inoltre pretende che, alla morte di Faust, tutte le terre che egli avrà bonificato divengano proprietà della Chiesa. L’imperatore brontola ma cede.

ATTO QUINTO (vv. 11043‑12111)
Concepito nelle linee essenziali intorno al 1800, venne redatto tra il 1825 e il gennaio 1830. Le prime tre scene, con l’episodio di Filemone e Bauci, assumono la forma definitiva nell’aprile 1831.

APERTA CAMPAGNA
(vv. 11043-11142)
Personaggi: il Viandante, Filemone e Bauci.
Il Viandante, figura misteriosa di cui nulla si dice, se non che ha «il cuore oppresso», ritrova dopo molti anni il luogo in cui due vecchi, marito e moglie, che portano i nomi classici di Filemone e Bauci (dalle Metamorfosi di Ovidio), lo salvarono dopo un naufragio. Ma il paesaggio è cambiato: dove infuriavano le onde si stendono campi e giardini.
Solo i vecchi sono rimasti nella loro casetta coperta di muschio, sotto un bosco di tigli. Ma un potente vicino desidera il loro podere in cima alla collina. A cena il Viandante non tocca cibo. E l’ora del tramonto. Come ogni sera, i due vecchi andranno a guardare il sole e a pregare nella loro chiesetta.

PALAZZO
(VV. 11143-11287)

Personaggi: Linceo, la vedetta, Faust e Mefistofele, i Tre Violenti.
Faust, vecchissimo, abita in un sontuoso palazzo tra giardini, vicino al nuovo porto. Le navi scaricano merci esotiche, insieme al bottino di Mefistofele, che si dà alla pirateria con i suoi ribaldi: «Guerra, traffici, pirateria sono tre in uno, inseparabili».
Il suono della campanella di Filemone e Bauci fa trasalire Faust, e gli ricorda che il suo immenso possesso «non è intero»: gli manca il piccolo podere dei due vecchi. Poiché essi hanno rifiutato la sua offerta di un nuovo podere, sulle terre bonificate, egli dà ordine a Mefistofele di trasferirli con la forza.

NOTTE FONDA (VV. 11288‑11383)
Personaggi: Linceo, dalla torre; Faust; Mefistofele e i Tre Violenti.
Linceo, l’uomo dalla vista acuta, è innamorato della bellezza del mondo. Ma nella notte ha una visione d’orrore: un incendio divora la casetta dei vecchi, il bosco di tigli, la chiesa. Il suo canto piange: «Quel che già incantò lo sguardo, coi suoi secoli sparì».
Faust, dal balcone del palazzo, lo ha udito. Peccato per gli alberi. Ma i due vecchi si troveranno bene nel nuovo podere, e gli saranno grati. Sopraggiunge Mefistofele con i Tre. «Niente da fare con le buone»: i vecchi, e un forestiero che voleva difenderli, sono morti; durante la lotta, le braci del camino hanno incendiato la paglia, che ora divampa, «rogo a tutti e tre».
Faust maledice «l’azione violenta ed inconsulta». Nella notte un’ombra avanza.

MEZZANOTTE
(VV. 11384-11510)
Scritta probabilmente nel 1825, come le due scene seguenti, rielaborata fino a tutto il gennaio 1830.
Personaggi: «quattro donne grige», Scarsezza, Insolvenza, Angoscia e Miseria; Faust.
Quattro figure si avvicinano alla soglia. Tre non possono entrare, perché la casa è «abitata da un ricco». Ma «l’Angoscia si introduce dal buco della chiave».
Faust rimpiange la sua umanità, che ha rinnegato maledicendo la vita, con i suoi limiti, e accettando l’aiuto della magia. L’Angoscia, che già lo portò sull’orlo del suicidio, ritorna dopo molti anni a compiere la sua opera. Ma Faust ha deciso: non la scaccerà con la magia, costi quello che costi. E alle «cattive litanie» di lei, che uccidono il gusto della vita e delle opere, oppone soltanto il suo credo terrestre: l’uomo «stia saldo quaggiù», «vada per la sua strada», se spuntano a tentarlo gli spettri della superstizione.
L’Angoscia, sconfitta, acceca Faust alitandogli in volto. Faust sente la notte «farsi più profonda», ma vede più chiaro dentro di sé.

GRAN CORTILE DAVANTI AL PALAZZO (VV. 11511‑11603)

Personaggi: i Lemuri, Mefistofele, Faust.

Entrano, guidati da Mefistofele in veste di caposquadra, i Lemuri, «mezze creature di legamenti, tendini e ossa»: grotteschi becchini, caricature delle squadre operaie che Faust, mentre essi gli scavano la fossa, crede di udire intente ai lavori che ha comandato.

Egli ha in mente «un’ultima conquista, la più alta»: la bonifica di un immenso acquitrino, per aprire spazi di vita «attiva e libera» a milioni di uomini. Qui, cieco, ha la visione suprema: «stare su suolo libero con un libero popolo». E pronuncia le parole del patto: «All’attimo direi: Sei così bello, fermati!». In quell’attimo cade riverso tra le braccia dei Lemuri.

Mefistofele assapora il suo trionfo e ribadisce il suo credo: ciò che è passato è come se non fosse mai stato, la vita è un inutile «girare in tondo»; meglio sarebbe «il Vuoto Eterno».

LXXX

SEPOLTURA (VV. 11604‑11843)

Personaggi: Mefistofele, i Lemuri, schiere di angeli e di diavoli.

I Lemuri hanno deposto il corpo di Faust nella fossa, accompagnandosi con una cantilena che ricorda i nonsensi dei Gatti Mammoni della strega. Mefistofele chiama le schiere dei diavoli, perché afferrino l’anima di Faust nel momento in cui volerà via dal corpo.

Le fauci dell’Inferno si spalancano. Ne escono due schiere di diavoli, grassi a corna corte e allampanati a corna lunghe e ritorte. Arrivano dall’alto le schiere degli angeli, che spargono rose: boccioli d’amore che, all’alito dei demoni, diventano roventi fiammelle. I diavoli precipitano a capofitto nell’inferno. Mefistofele, scottato dalle fiammelle, di colpo guarda languidamente i «bei ragazzi» che volteggiano sopra di lui. Quando si riscuote, gli angeli si sono alzati, «recando la parte immortale di Faust». Convinto di essere stato defraudato del suo diritto, Mefistofele se la prende con se stesso.

GOLE MONTANE (vv. 11844‑12111)

Scritta probabilmente nel 1825, ma rielaborata fino al luglio 1831; ultimi ritocchi nel gennaio 1832, due mesi prima della morte di Goethe (22 marzo).

Personaggi: santi anacoreti, cori di «fanciulli beati» e di angeli, quattro peccatrici redente, la Mater Gloriosa.

In uno scenario di selvaggia solitudine, ispirato all’affresco degli Anacoreti della Tebaide nel Camposanto di Pisa, santi eremiti in preghiera. Giunge in una nuvola una schiera di «fanciulli beati»: morti anzitempo, conosceranno attraverso altri esseri l’eterna vicenda del mondo. Una schiera di angeli giunge con «la parte immortale di Faust», e svela la ragione della sua salvezza: «Chi sempre faticò a cercare noi possiamo redimerlo».

Passa, in un corteo di donne, «la regina del cielo». Tre di esse, Maria Maddalena, la Samaritana e Maria Egiziaca, peccatrici redente, invocano «il perdono meritato» per una quarta peccatrice, «detta un tempo Greta». La quale, riecheggiando le parole strazianti pronunciate sotto le mura, chiede di poter guidare «colui che un tempo amò». La Mater Gloriosa la chiama a sé, verso «sfere più alte», dove egli la seguirà.

Le ultime parole del poema, pronunciate dal Coro Mistico, sono: «L’Eterno Femminile ci fa salire». La forza creatrice che muove l’universo è il principio femminile dell’amore.

ANDREA CASALEGNO


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